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Il Palazzo della Provincia

Il Palazzo della Provincia

Il Palazzo della Provincia

L’edificio si inserisce nella zona dantesca e si confronta col contesto costituito dalla chiesa di San Francesco e dalla tomba del poeta, scegliendo la via dell'"ambientazione", realizzata attraverso la rievocazione neoromanica e le citazioni bizantine.

E’ opera dell’architetto Giulio Ulisse Arata e sorge sui resti di una sontuosa dimora patrizia presumibilmente del XVII secolo, di proprietà del Conte Ferdinando Rasponi, trasformata nel lussuoso Hotel Byron alla fine dell’800.

L’edificio fu acquistato nel 1918 da Nullo Baldini (il primo cooperatore socialista, raffigurato in un dipinto di Antonio Baldazzi conservato negli attuali uffici di rappresentanza) per farne la sede della Federazione delle Cooperative.

Nel 1922 fu incendiato dalle squadre fasciste guidate da Italo Balbo e Dino Grandi. Sulle macerie era stata avviata la costruzione di un albergo, ma nel corso dei lavori la destinazione dell’edificio cambiò e l’opera proseguì come Palazzo della Provincia.

Il nuovo edificio, iniziato nel 1925 e terminato nel 1928, si affaccia sul lato sud della Piazza S. Francesco col monumentale porticato su cui si apre l'ingresso d'onore. Le colonne del portico hanno semplici capitelli a tronco di piramide che richiamano i pulvini bizantini, così come il rivestimento in laterizio, l'alternanza di piccole finestre centinate, circolari, quadrate e a bifora, richiamano la tradizione architettonica ravennate tardo bizantina, e si armonizzano con la facciata romanica della chiesa.

L'edificio si articola in quattro corpi di fabbrica, organizzati attorno al giardino, asimmetrici in pianta e nei prospetti, con un volume soprelevato d'angolo, che contiene la sala del consiglio, evidenziata dal balcone ad angolo.

I corpi di fabbrica hanno un andamento altimetrico disomogeneo e facciate dal disegno sempre differenziato, che creano un notevole effetto di varietà: il lato nord, ad un solo livello con copertura terrazzata, è costituito dal passaggio pensile che faceva parte del fabbricato preesistente, mentre sulle facciate sud e est sono presenti due torrette lievemente aggettanti.

Dall'ingresso principale si accede allo scalone d'onore attraverso un atrio absidato, dotato di matronei, con raffinate balaustre in marmo scolpito in complicati intrecci. Le citazioni neomedievalistiche si spingono fino al riutilizzo di numerosi frammenti dell'epoca, incastonati e sapientemente mescolati agli elementi in stile, con un'attenzione quasi ossessiva per i materiali, le tessiture murarie e per i minimi dettagli costruttivi e decorativi.

Arata disegnò anche gli infissi e gli arredi delle sale di rappresentanza, che in parte si sono conservati, in severo stile neomedievale. La sala del consiglio è rivestita da un basamento a intarsi di marmo ed è arricchita da un soffitto in legno cassettonato e da pitture nella fascia di coronamento a lunette, mentre sul soffitto del vano scala è dipinto l'antico gonfalone della provincia di Ravenna. La sala della presidenza è decorata da pitture murali di Antonio Morocutti e Giovanni Majoli, che raffiguravano le produzioni e le attività tipiche di Ravenna, Faenza, Cervia e Lugo: rispettivamente l'agricoltura, la lavorazione della ceramica, l'estrazione del sale e il mercato agricolo.

Le demolizioni degli anni Trenta e la creazione della piazza Littoria sul fronte orientale dell'edificio (attuale piazza Caduti della Libertà), fecero sì che l'ingresso principale diventasse quello laterale sull'ex via Mazzini, che fu nobilitato, per adeguarlo al nuovo ruolo, con un rivestimento in marmo bianco.

 

 

La Cripta


All’interno del Palazzo si trovano la cripta (in realtà una piccola cappella gentilizia mai destinata al seppellimento dei defunti Rasponi), il giardino con una parte pensile e una torre neogotica.

La cripta rappresenta il nucleo più antico del complesso architettonico e risale con tutta probabilità alla fine del secolo XVIII. E’ l’unica memoria autentica dell’antico palazzo Rasponi.

La costruzione è composta da tre vani: il primo, di accesso, che si innesta alla base della torretta neogotica, non è altro che il prolungamento in elevazione del parametro circolare interno; il secondo rappresenta la parte centrale ed è coperto da una volta semisferica realizzata con file concentriche di mattoni al centro della quale è una palla di pietra con l’iscrizione “SIC VITA PENDET AB ALTO”; il terzo è il presbiterio destinato ad accogliere un piccolo altare per le funzioni religiose e commemorative dei defunti.

Nel piccolo vano vi sono anche nicchie e rientranze con iscrizioni commemorative della famiglia Rasponi. Il pavimento a mosaico, con motivi ornamentali e figure di animali vari, proviene dalla chiesa di San Severo, come è ricordato in una scritta posta al centro, ed è della seconda metà del VI secolo. Sotto una delle archeggiature esterne della torretta vi è un pulvino bizantino ornato con croci.

 

I Giardini Pensili

Usciti dalla cripta si sale la scala fino al belvedere in vista della piazza S. Francesco. Si tratta di un giardino pensile dal quale si può passare al contiguo terrazzo sopra il voltone, costruito nel 1839, che sorpassa la Via Antonio Santi e che serviva a collegare il palazzo Rasponi alle scuderie ed ai magazzini.

L’arco di accesso al terrazzo è insolito: si tratta, infatti, del quadrante marmoreo dell’orologio che si trovava sul fronte delle chiese di San Sebastiano e San Marco in piazza del Popolo prima che il Morigia ne rilevasse la facciata nel 1783. Il quadrante, come si è già accennato, segnava tutte le ventiquattro ore e qui sono dodici da un lato e dodici dall’altro. In fondo al terrazzo vi è una bella facciatina di cotto con una piccola bifora a sesto acuto.

 

(Fonte "Il palazzo della provincia di Ravenna. Suggestioni di un percorso di architettura" - E.M. Ferrucci - Longo Editore, Ravenna 1993)

 

 

Il video creato in occasione del 80° anniversario del Palazzo della Provincia (1928-2008)